martedì 20 maggio 2008
Un viaggio nell'aldilà fra il serio e il faceto
NOSTRA INTERVISTA a Marco Zadra impegnato al teatro Sette con "Così parlò Zadrathustra". Un monologo scritto, diretto ed interpretato dall'attore romano. Fino al 25 gennaio
Simona Rubeis
Roma, 6 gennaio 2004 - La morte arriva all'improvviso ed il viaggio verso l'adilà, in attesa di conoscere la destinazione finale, diventa l'occasione per riflettere su sé stessi, sull'esistenza appena conclusa, sui peccati commessi. Un percorso singolare quello seguito dall'attore sul palcoscenico, spunto di riflessione anche per lo spettatore comodamente seduto in poltrona, che può lasciarsi guidare dagli input proposti meditando, a suon di risate, su tematiche di grande importanza.
Fino al 25 gennaio, il teatro Sette ospita "Così parlò Zadrathustra", lavoro scritto, diretto ed interpretato da Marco Zadra, che recentemente ha concluso le repliche di "Splash!" al Brancaccino. Ironico e simpatico, l'attore romano non manca di sensibilità se è vero, com'è vero, che l'incasso dello spettacolo verrà devoluto al "Progetto adozioni a distanza T7Sf Missione Mozambico" e alla costruzione di un centro di prima accoglienza sanitaria nel paese africano. Progetti, questi ultimi, che rientrano fra le priorità dell'attività artistica del palcoscenico di via Benevento.
Zadra, di cosa parla esattamente questo lavoro?
"I tanti argomenti trattati hanno un filo conduttore. Ad un certo punto, io mi rendo conto di essere morto e comincio a sentire una voce fuori campo. Attraverso un'analisi approfondita dei dieci comandamenti, parlo di tutti i miei peccati".
È uno spettacolo drammatico?
"È un monologo a tratti comico e a tratti tragico. Io cerco di fare da specchio agli spettatori che possono riconoscersi nei difetti trattati. Nell'epilogo finale lascio un dubbio sul fatto che io sia realmente morto...forse si trattava solamente di un sogno!".
In passato lei ha proposto prevalentemente commedie brillanti. Questo è un genere un po' diverso?
"Sì, è una scelta dettata dal momento. Ho scritto il testo nel 2001. Poi mio padre è improvvisamente venuto a mancare ed io non ho più avuto il coraggio di metterlo in scena. Ora sento di farlo".
Perché l'idea di devolvere il ricavato ai bambini del Mozambico?
"Per un fatto di coerenza. In 'Così parlò Zadrathustra' lancio al pubblico ora un sasso, ora una risata. Per cui, avrei avuto la sensanzione di essere quasi blasfemo nel dire tante belle cose e poi intascare l'incasso. È stata una scelta istintiva".
Lei ha appena finito di lavorare in "Splash!", al Brancaccino. Cosa pensa di quella esperienza?
"Lo spettacolo è andato bene, anche se all'inizio abbiamo avuto un po' di sfortuna per questioni di carattere tecnico. Poi, Gigi Proietti (direttore artistico del teatro, ndr) è venuto a vedere la terz'ultima replica, è salito sul palco e ci ha fatto dei bellissimi complimenti. Fra l'altro ci ha anche detto: 'Siete maturi per la sala grande, è arrivato il momento di cominciare a pensarci'. Ora Proietti vorrebbe collaborare con me per uno spettacolo rivolto al pubblico dei bambini: 'Pippi Calzelunghe'. Il fatto che io abbia insegnato per tanti anni a scuola e che abbia due bambini piccoli, mi porta a conoscere piuttosto bene l'umorismo infantile, che poi è quello che ritorna nei miei spettacoli".
Parlando di lei, Proietti ha detto, "mi interessa molto come attore e come autore, ma anche per la sua veste organizzativa. Marco, infatti, è un grande appassionato di teatro. E a me piace molto usare persone che non sono 'professionali'". Cosa pensa di questa frase?
"È una definizione molto bella, mi colpisce molto".
Quando è avvenuto il vostro incontro?
"Lo scorso anno, qui al teatro Sette, quando portava in scena un giallo. Era un venerdì, ancora una volta terz'ultimo giorno di repliche. In quella occasione, ha detto: 'Mi avete fatto riconciliare con il teatro. Questa è la dimostrazione che grazie all'entusiasmo e alla passione, anche con pochi mezzi si può fare tutto'. Avevamo messo in scena oggetti di casa, come spesso accade, e lui, abituato ad altre prospettive, ne è rimasto colpito".
Ed in occasione della terz'ultima replica di "Così parlò Zadrathustra" Proietti riverrà?
"Spero di sì. Fino ad ora ha visto due spettacoli in cui io ero uno degli ingranaggi. Con questo lavoro potrà conoscermi meglio. Comunque, devo dire che propongo questo nuovo lavoro con uno spirito completamente diverso. Prima di tutto non ho investito in nessun modo sull'immagine".
Cos'altro?
"In questo mestiere c'è sempre una ricerca del successo, gradino dopo gradino. Nel momento in cui viene raggiunto un livello se ne cerca subito un altro, altrimenti non si può essere contenti. Ma così non si arriva mai alla fine. Io, invece, ho raggiunto una sorte di pace con me stesso: conta quello che sto facendo al momento, non importa dove mi trovo...al Brancaccio, al Teatro Sette o in qualunque altro posto. Un palcoscenico è un palcoscenico e le persone sono sempre persone".
Il suo, è un cammino di crescita interiore che l'ha portata a relativizzare le cose?
"Penso di sì...o forse, è solo una follia del momento".
All'inizio lei hai conciliato l'attività teatrale con l'insegnamento. Poi cosa è accaduto?
"In realtà io ho sempre respirato l'arte perché sono figlio di due pianisti: argentino mio padre, belga mia madre. Poi, non sapendo proprio cosa scegliere per la vita ed avendo la passione per lo sport, ho frequentato l'Isef ed ho cominciato ad insegnare. Grazie ad un esaurimento nervoso sono capitato a teatro per la prima volta, e senza sapere come né perché mi sono messo a scrivere un testo per far ridere i miei genitori. L'ho messo in scena in casa improvvisando un sipario con una tenda. Così è iniziato tutto. Quando sono emersi i problemi del calo demografico e la scuola di sacerdoti irlandesi in cui insegnavo ha chiuso, ho deciso di cambiare...e quello che prima era un hobbie è poi diventata una professione. Anche se devo dire che per alcuni anni è rimasto un hobbie, visto che il lavoro non arrivava".
Il punto di svolta è stata la stagione 2002-2003?
"Ogni anno è una svolta, una svoltina, una svoltona. Grazie a Dio, non ho mai messo in scena commedie in modo superficiale. I risultati non li giudico, ovviamante, però posso dire di aver sempre lavorato dando il massimo. Ho anche allestito spettacoli con bambini ed adulti balbuzienti, a livello terapeutico".
intervista tratta da http://redazione.romaone.it/ sezione spettacolo
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento